Cose che voglio ricordare

Più di anno è passato dal mio ultimo articolo su questo blog ( che poi si chiamava retroguardia.com), avevo terminato il progetto “All’erta”, seguito, per quanto riguarda la poetica, di “Quattro giorni in ritardo”. Questa notte, dopo tanti cambiamenti, dopo tanti propositi e svenimenti su divani, trascinamenti su letti, lavoro, lavoro e ancora lavoro ho deciso di incominciare un progetto che si intitolerà “Cose che voglio ricordare”.  La prima cosa che voglio ricordare è che la scrittura è una delle poche attività che mi rendono felice. Con la parola felice intendo la sensazione di non voler essere altrove rispetto a dove si è in quel momento. Purtroppo la schiera degli infelici è sempre più numerosa, basta guardar le facce, le facce di chi ti parla, le facce di chi incontri per strada e le facce nello specchio, le tue quando torni a casa o ti sorprendi in pigiama durante la notte. Quelle facce che sappiamo individuare benissimo sono le facce di chi nello spazio ci mette una smorfia e fuori dallo spazio, nel suo iperuranio personale, ci mette tutte le aspettative. Ma non solo le facce esprimono questa infelicità cronica di cui son piene le strade ed i negozi, anche le conversazioni stanno a lì per dimenare queste facce e per dire e ribadire che la loro felicità sta depositata altrove, per esempio nei ricordi, nelle serie televisive o nelle cene ai ristoranti. Ecco, le cene nei ristoranti sono un grande argomento, e i luoghi, i prezzi ed i consigli sono fonte di grandi dissertazioni. Quanti racconti di antipasti, primi e secondi, contorni e dolci, nascondono questa infelicità costante a cui le persone si abituano, questo desiderio di esser sempre altrove, magari davanti ad un piatto della tradizione rivisitato. Una cosa che voglio ricordare è che desidero essere felice, perciò ricomincio lentamente, ma caparbiamente a scrivere su questo blog, perché quando lo faccio non vorrei essere da nessuna altra parte, mi sento molto bene.

Giostra

Da bambino le giostre mi hanno sempre riempito di tristezza. Per molti sono motivo di gioia le belle giostre che ancora si possono trovare in qualche piazza di grandi città, con le luci e l’impressione d’un candido dorato, con i bambini che vengono issati sopra unicorni e poi calati sui sampietrini. Mi ricordo che le guardavo un po’ con sospetto e poi gli voltavo le spalle.Mi ricordo che pensavo che se un ragazzino si fosse messo sul cavallo davanti al mio non l’avrei mai potuto raggiungere. La carrozza che veniva inseguita sarebbe per sempre sfuggita ai banditi, la nave non avrebbe mai attraccato nel porto, avrebbe continuato a girare in tondo e a trasportare i passeggeri al punto di partenza. Eppure quando non potevo sottrarmi alla giostra, quando ero in compagnia di altri poppanti, quando mi issavano e finivo in groppa ad un gelido cavallo di plastica, quando la giostra partiva io improvvisamente mi inebriavo di un nuovo entusiasmo, il mondo girava e dava alla testa, la musica, le luci e l’andamento mi convincevano. Dopo qualche giro si fermava, il tempo era scaduto, la giostra ritornava ad essere una grande burla e tutto quel che era intorno pareva più divertente, più entusiasmante di quel misero trucco. Non so quanti abbiano paragonato la giostra alla vita, credo decine di migliaia di persone. A me pare che la giostra sia proprio il contrario della vita, se la vita deve essere qualcosa per cui valga la pena morire. I giri della giostra sono più facilmente paragonabili ad una prigionia spontanea, un modo per aver l’impressione di viaggiare rimanendo sempre nello stesso spazio. Ci sono tante prigioni spontanee a questo mondo, le convinzioni rette da una certezza mai vagliata, i modelli scolpiti dalla mente e mai messi in discussione ci portano sulla giostra dell’immutabilità delle cose: la musica ci sostiene e anche l’impressione di essere sul tetto di qualche mondo. Così invece d’avere una miscela, un flusso, ci troviamo difronte a tanti uomini appartati, chiusi nei loro fortini, irragionevoli battaglieri che nutrono più l’estetica delle loro visioni del mondo, che i contenuti. E se le vite, in fin dei conti, sono misere vite, non importa, basta non guardarle, basta rivolgere lo sguardo alla giostra, ogni tanto farsi un giro e convincersi che si sta veramente vivendo. Così c’è chi non si trova mai, e chi finisce sempre in quella strada, ci sono artisti che proveranno sempre piacere nel considerarcisi, senza serietà, senza passione. Scrittori autoproclamati che non vale la pena nemmeno considerare. Ci saranno sempre quelli che muoiono appresso a qualche donna, quelli che impazziscono di malattie immaginarie e gli anfitrioni che credono esista solamente il loro paese. Sono saliti sulla giostra e il mondo può cadere pure in rovina, ciò che è importante è che il loro fasullo immaginario rimanga in piedi. Da quando ero bambino non è cambiato molto: in piazza, o nelle confessioni d’un interlocutore, anche ora le giostre continuano a riempirmi di tristezza.

Comparse

Ho ascoltato tutto l’approccio. Si è avvicinato alle ragazze, ragazzo anche lui, abbronzato, una faccia pulita, un’espressione ingenua da scudiero, si è presentato con tutte le sue scuse: che non voleva disturbare, che avrebbe rubato alla loro vita solamente pochi istanti, che non c’era nulla da temere. Le ragazze ridacchiavano, le ragazze che stanno nel treno in gruppo e ridacchiano per l’eccitazione della fuga da casa, che ridacchiano per qualsiasi cosa, che ridacchiano perché da un momento all’altro nel nuovo mondo, oltre le colonne del porticato di casa, un evento potrà sconvolgere la loro esistenza. Ed ecco uno sconosciuto, un simpatico coetaneo che sa tenere la scena. Il ragazzo ha un figlio di tre anni, il ragazzo non ha un lavoro, il ragazzo ha una busta con dei braccialetti infantili, il ragazzo non ha soldi, il ragazzo ha un figlio di tre anni, il ragazzo ha dei braccialetti infantili, li tiene in una busta, puoi comprare un pezzo di quella infantilità per sfamare il bambino. Le ragazze ridacchiano, tirano fuori i portafogli, e le monete dai portafogli, lui le accoglie nella mano gentile con un’espressione gentile. E mentre qualcuna ritarda la consegna, affondando il braccio nella borsa e frugando alla ricerca di monete, vengono annunciati tutti i nomi delle stazioni in cui si fermerà il treno ed il ragazzo, per ammazzare l’imbarazzo, le anticipa con voce da speaker, simulando una specie di quiz in cui lui ė un vero campione. Il campione distribuisce i bracciali. Ad una lo allaccia intorno al braccio e le fissa il suo sguardo negli occhi per celebrare il momento. Poi saluta con una disinvoltura che gli scivola via appena si trova difronte agli altri passeggeri. Gli altri sono ancora ostacoli, montagne da scalare, dovrà dominare un’intera catena montuosa fino alla coda del treno. Devi essere un abile cantastorie per non incontrare la solitudine in mezzo alle montagne, per sostenere gli sguardi di chi sa che le tue parole sono fasulle, di chi intende un altro racconto dietro la storia. Quel racconto che ti sta dietro alle spalle appeso come un masso immateriale. L’ho osservato scendere qualche stazione dopo, una di quelle che conosce a memoria, ha incontrato altri due. Se la ridevano, probabilmente con quei due non doveva fingere. Erano tutti gemelli magri come modelli, gli occhi da vecchi e i volti da adolescenti. Li ho cancellati dalla mia memoria senza problemi. Poi qualche giorno fa, mentre fumavo fuori dall’ufficio, una macchina ė sbucata dal nulla e si è mossa lentamente verso di me fino a piazzarmisi davanti. Un finestrino si è abbassato e mi sono preparato a dare informazioni. Il ragazzo era svelto, giovane anche lui, ha voluto sapere il mio nome, si è presentato e ha raccontato la sua storia. Come sono brave, come sono essenziali e precise queste comparse, questi uomini che cercano di farsi breccia nella tua vita. Bisogna ammetterlo: una storia la sanno raccontare. Era vestito come uno rappresentante, parlava con uno spiccato accento milanese, al limite della parodia, diceva di essere un rappresentante di profumi, gli rimaneva qualche prodotto invenduto, me lo offriva ad un costo ridicolo, un vero affare. Mentre lo ascoltavo lo osservavo attentamente, la faccia soprattutto la faccia sui cui era camminato qualcosa, un pugno che aveva lasciato un segno, un’irritazione mal curata strappava la messa in scena dell’abito elegante e del soprabito stirato. E pure la frenesia, l’urgenza di convincermi. La prima volta a nulla è servito spiegare che il prodotto non mi interessava, che quelle marche non mi dicevano nulla. Ha ripetuto la sua storia, rimanenze, affare, ancora marche, e ha aggiunto che lui non avrebbe guadagnato nulla, il ricavo gli sarebbe servito solamente per la benzina. Si notava l’urgenza di superare l’ostacolo quando agli occhi e alla bocca sfuggiva per un breve istante il controllo, si notava che io non apparivo come una persona, ma come una cassaforte da aprire. Ho continuato a ripetere che non ero interessato ed ha capito che non ci sarebbe stata speranza. Allora é rimasto un istante in silenzio, completamente arreso alla mia ostinazione. Proprio in quel momento ho ricordato l’altro ragazzo, quello che avevo cancellato dalle mie memorie quasi con gusto. Il loro è il mestiere della pietà. Ma l’autentica pietà trapassa le membra quando alla storia non si crede, quando oltre le parole, oltre la tattica si cerca il racconto d’una rovina. Quel racconto se l’è portato via con un’accelerazione nello spazio, uno scatto contro il tempo. Una curva l’ha inghiottito e come un falco librato è scomparso dalle vite dei comuni pedoni, dei fumatori che attendono, dai passanti che tracciano i confini delle strade.

Dance with me

Gente costretta si siede ad un tavolo, gente costretta nel suo agio. Le bizzarrie degli altri sono un ottimo argomento, il cibo è sempre un ottimo argomento, la politica è un ottimo argomento, se lo prendi di striscio. Gli animali sono un ottimo argomento, pure la birra. Maledetta conversazione che ti si aggancia alla caviglia e ti tira giù, anche se sei gonfio di elio e vorresti volare via, come i palloncini, come i palloni aerostatici, salutare e volere bene alle persone, a quelle capigliature, quei nasi all’insù, purché rimangano laggiù. E invece rimani a mezz’aria e ti sgonfi e partecipi avidamente, balliamo? E balliamo allora. Però non so bene dove mettere i piedi. Ne metto uno un po’ a destra e ne convengo, certamente ognuno ha le sue passioni ed il suo modo di vedere le cose, giammai sputare in faccia all’hobby di qualcuno. E poi l’altro piede, un passo avanti, e rido perché devo, ed il ballo è questo, non un altro, questo è il tango della conversazione. Oramai sono un ballerino audace e l’audacia sta nel seguire tutte le regole con la parvenza del libero arbitrio, con scioltezza, sfoggiando la perfezione della tecnica dello spadaccino. Che situazione, e poi sono uguali, è una cosa che non ho mai potuto sopportare, mio fratello ne sa qualcosa, questi non cambiano, la birra artigianale, bevo quella solamente, a me piacciono gli uomini con la barba, comunque non fanno mai nulla, se ancora aspetti che facciano qualcosa, a me piace leggere, purtroppo non ho tempo, lo so, hai ragione, ma questo periodo, lo sai anche tu, che bella borsa, ci vado sempre anche io, non ci sei mai stato? Ci toglieranno anche l’aria, sono una buona forchetta, il fine settimana esagero, mi sono preso delle ubriacature, ho visto l’ultimo film e mi è piaciuto, ho visto l’ultimo film e non mi è piaciuto, guarda che è dura, è pericoloso di sera, ma perché li fanno rientrare? Dovrebbero rimane là, tanto il lavoro non c’è, quando i commercianti chiuderanno, li si mangia meglio, lui è così, quelli non capiscono, comunque siamo sfortunati. E se qualcuno si azzarda a sbagliare un passo, e se qualcuno non va a tempo, irrompono cani per mordergli le caviglie, o vigili ad appendere multe o silenzi riempiti da una giravolta che si sbarazza di te facendoti statua. E i ballerini ti urtano, barcolli e ti rompi in mille pezzi. Ricomporsi non è semplice , perché oltre a sentire lo sforzo nelle gambe, sentire che ci hai dato dentro con un’attività per la quale non hai nessuna predisposizione, oltre la fatica, ti si spappola sulla faccia anche la pena. Mica per i ballerini, per i cani rabbiosi, i vigili, la pena per te stesso. Quando hai festeggiato, danzato, e gonfiato l’aria di parole e frasi e risate fatte, e hai perduto l’elio, che dalle narici è scappato a gambe levate, reclamando un contenitore migliore, quando le mascelle non smettono di dolere, il pensiero non ha ancora avuto nulla, e la sua fame si fa sentire in modo così violento che vorresti disfartene e lasciarlo perire di stenti. Muori musone incontentabile. Poi la faccia di Gramsci ti accoglie nelle tue stanze. E ti vorresti giustificare. Hai ragione, ma una volta ogni tanto, volevo rilassarmi, sono stanco e sai che periodo sto attraversando. Ma di ballare Gramsci non ha nessuna voglia e continua a guardarti con quello sguardo presente di chi non ha mai affamato il cervello. La vergogna ti accompagna in un silenzio in cui ridondano i balli, e le voci ti perseguitano, e giuri che la smetterai, che eliminerai questo vizio della conversazione. La conversazione che appiana tutti, i vispi e i dormienti, i ripetitivi e i musicali, gli entusiasti e gli insoddisfatti, la conversazione che ti prepara i discorsi e ti tiene al riparo dalla fatica del produrre, questo tacito accordo di mediocri che la vince, la conversazione che giustifica la tua vita, che disprezza i problemi altrui, che eternamente ci solleva da ogni responsabilità sugli accadimenti, la conversazione che controlla possibili defezioni alla conversazione è una delle invenzioni più ripugnanti del genere umano. É il veicolo di ogni propaganda e ci trasforma in dei ripetitori ambulanti di pensieri mal riflettuti. Per un briciolo d’approvazione, per un briciolo di moltitudine, per non sporcare i vestiti che ci donano addosso, per poco altro, caro Gramsci.

Conversazioni

I tavoli del bar sono pieni. Di cosa si parla? Si parla di malattie e pomate, la chioma folta ha un problema con il cibo, non può mangiare funghi, la chioma ritagliata ha lo stesso problema, i mariti lasciano scivolare, di tanto in tanto, le loro battute, sono i comici di un trasmissione seria, non rubano mai la scena. Ha lo stesso problema e un altro con la farina. Viene pronunciata la parola glutine. Il glutine è una sostanza lipoproteica, lo puoi leggere su wikipedia. Si parla di un sito dove trovi molti rimedi alternativi, che si fottano le case farmaceutiche, che si fottano i medici. Una battuta sui medici interrompe la conferenza alimentare. Si riprende, irritazione, si parla di irritazione e di proteine animali e vegetali. La folta chioma bruna capisce la chioma ritagliata e rilancia con nuovi problemi, la chioma ritagliata capisce la chioma folta e bruna e rilancia anche lei, un altro problema, un altro rimedio. Poi la cronaca esplode, i mariti partecipano diversamente, ora sono più saggi, piu vendicativi, più uomini, i comici hanno smesso di ridere, di far ridere le donne. Ora è la paura che parla, la paura dei ladri che sfondano le porte, che pruzzano chimica nelle camere da letto, che ti aspettano nascosti quando rientri da una cena con amici. In pieno giorno accadono fatti che una volta erano dominio della notte, in pieno giorno ė stata uccisa quella povera ragazza che non aveva mai commesso del male. Quando ė impossibile, in pieno giorno, che il morto abbia la sua parte di colpa. Talvolta il morto ė complice nella sua morte, non si va in giro in quel modo, non si frequentano certi personaggi, non ci si fida così, non si dicono certe cose. Il morto con la sua colpa. In pieno giorno è più difficile che la colpa si manifesti, in pieno giorno il morto è difficile che si porti nella tomba qualche colpa. Non dovrebbero accadere certe misfatti in pieno giorno, in mezzo alla gente perbene, sotto il sole, nei luoghi pubblici.Quando il mondo va contro la sua natura, è evidente che qualcosa sia cambiato. Il passato ed il presente possono durare a lungo in una conversazione, come era prima e come è adesso, quel che prima c’era, quel che succedeva e quel che succede ora. Nessuno disturba questi discorsi, non ci pensi nemmeno, tanto meno ci provi, questi tavoli che alimentano la propria rovina, nessuna osa disturbare questo scempio di idee. E va a finire che te ne vai per la tua strada con la voglia di rifugiati in un trama, e va a finire che le chiome non nascondono più alcun mistero e gli uomini non ti appaiano fratelli, va finire che bevi tutto quel che la mano può afferrare, va a finire che tutto diviene accettabile. Ora sei divenuto uno zombie, come uno di quelli nei telefilm, vaghi per gli spazi che non sai riconoscere, le strade ci sono ancora, e le case, gli antichi palazzi senza funzione, c’è ancora l’aria che le narici catturano avidamente, e le onde che trasportano milioni di conversazioni, i moti di rivoluzioni e di rotazione, ci sono ancora formiche che scavano sotterranei labirinti e movimenti tellurici, ma tu sei scomparso. Domani tornerai, in pieno giorno.

Pescatori

Si è formato un gruppo che scruta il fiume dall’alto. Sotto ci sono i pescatori. É una domenica d’estate ed il vagabondaggio è accettato, la curiosità è accettata ed il pettegolezzo è la norma. I pescatori sono decine e decine, non li distingui. Hanno una dozzina di canne, hanno lo sgabello, hanno tutta l’attrezzatura. Si sono alzati presto e si sono accomodati sulla sponda, quello è il loro habitat naturale, come il fiume è l’habitat dei pesci. Sono tanti, non si riesce a contarli e sono uguali, hanno il cappello, hanno una rete per raccogliere i pesci, hanno l’esca e gli occhiali da sole per leggere il fiume. Mi sono unito al gruppo che osserva i pescatori e attendo in silenzio. Ancora nessuno ha tirato su un pesce. C’è un pescatore che lancia le esche con una fionda, ed uno poco lontano che fuma. Attendiamo noi, attendono loro. É una domenica estiva e gruppi di stranieri passeggiano per le vie della città e quando passano osservano noi che osserviamo i pescatori. Ma non si formano altri gruppi. Se funzionasse così, ad infinitum, ci sarebbero decine e decine di mucchi di gente ognuno collegato a quello precedente. E si potrebbe trasmettere un’informazione in capo al mondo.
-Un pesce ha abboccato-, lo direbbe uno di noi e pian piano arriverebbe ovunque, fino alle Alpi, fino in Sicilia. Chi si ferma a guardare noi che osserviamo o prosegue oppure finisce per ingrossare la fila. Il pescatore che tende la fionda mira ad una striscia di acqua, e ripete l’azione come uno che ha fede e sa che a ripetere una preghiera non si fa male, qualcosa ne viene. E noi che osserviamo oramai sappiamo seguire la parabola delle esche, e godere degli zampilli che stupiscono l’acqua, e ci pare che da quel punto, dove piovono esche, possa uscire finalmente qualcosa. E attendiamo che il pesce abbocchi per rendere fiero l’uomo che si è alzato presto e ha preparato le sue cose, e si è fermato a fare benzina, e ha comprato le sigarette.
Ma il pesce non vuole abboccare. Cominciano i sospiri ed i borbottii, un uomo che mi sta accanto scuote la testa. Dice che questi non sono buoni, che una volta lui pescava e ne prendeva di pesci. Adesso con tutti questi “accrocchi” non sanno che significa pescare. Un altro se la prende con i fiumi, che sono tutti inquinati ed i pesci tutti pescati, oppure morti. Una giovane donna, stretta al compagno, gli chiede se lui ha mai preso in mano una canna da pesca. Lui risponde che un tempo andava tutte le domeniche e che qualche pesce ai suoi ami abboccava. Potrebbero andare insieme una volta, è lei che propone, e lui risponde che potrebbero farlo. Lei è entusiasta, potrebbero preparare panini e giornali e una musica per distendere le menti. Ma lui le spiega che la musica non va bene, la musica spaventa i pesci e i pescatori s’infurierebbero come cani pestati. E la donna che ascolta l’uomo stringe il braccio del compagno di pietra, assorto, scolpito con quell’espressione severa di chi ha capito che la pesca è solo un pretesto per la donna di stare con l’uomo. Le canne vengono cambiate e liberato qualche filo che si era impigliato, sigarette vengono accese sia tra i pescatori, sia tra noi. C’è chi chiede d’accendere e c’è chi gli accende con la disinvoltura che ha appreso per ammaliare la gente e sentirsi nel gesto a suo agio. Il tempo passa e l’attesa continua in silenzio, qualcuno si perde nel fiume e ci pesca pensieri, intanto che i pesci non vogliono uscire. E un telefono squilla e qualcuno parte in fretta e lascia un posto migliore per uno che stava dietro una spalla. Il tempo continua a scorrere e la gente ad andare e venire. Un uomo tiene il figlio in piedi sul muricciolo da dove noi ci sporgiamo. Ed il figlio che si sente sicuro lancia le mani nell’aria e pesca a suo modo, mentre il padre sussurra frasi patetiche che imbarazzano i fumatori e smuovono qualcosa nelle donne. Quando il pesce abbocca nell’aria potrebbe scoppiare un applauso, ma non succede, la fila di teste e di spalle si sfibra e lentamente svanisce, lasciando solamente qualche sentinella a vegliare i pescatori. I pescatori continuano la loro attesa, ora che i pesci hanno cominciato ad abboccare, il pescatore è un uomo fiero e valente. Tutto questo accade in una domenica estiva quando il vagabondaggio è accettato, la curiosità è accettata, il pettegolezzo è la norma, e gli uomini sono pesci che aspettano di decidere di quale esca fidarsi per abboccare una vita.

Mestiere

Quell’uomo era un uomo con un etichetta con sopra scritto “Taxi”. Un’etichetta rossa con una scritta Gialla. “Taxi” era ben in vista, che quasi l’uomo non si vedeva. Stava appuntata alla maglia e ti cadeva la faccia sulla scritta, all’uomo non ci facevi caso. Il tassista stava sul marciapiede, davanti al binario, guardava il treno arrivare. Era l’unico sul marciapiede, non c’era nessun altro in quella minuscola stazione, nemmeno un cane randagio, nemmeno una suora. La sua bocca era una bocca aperta, sorrideva e cercava con lo sguardo qualcuno da accogliere. Io lo stavo osservando da dietro un finestrino del treno, quest’uomo che all’improvviso, stranamente, mi appariva un uomo più uomo degli altri: solo e sorridente davanti a decine d’occhi affacciati sull’etichetta d’un prodotto che sta in piedi su due gambe. Il sorriso attraversava le distanze. Il treno era pieno di viaggiatori. S’accalcavano sui finestrini i ragazzini festosi in gita, i cappellini acquistati in un qualche negozio per turisti s’ammucchiavano sul finestrino. Il tassista sorrideva. Il muso nero d’una donna impaziente annusava la fermata. Il tassista sorrideva. Un ragazzo trasandato incrociava le braccia e misurava il finestrino con i gomiti, spuntava la sua testa come un cuculo da un orologio. Il tassista sorrideva con la bocca allenata a lasciar scivolare la gente su quella curva di carne.
Sorrideva e aspettava che qualcuno scendesse e tutto doveva apparigli perfetto: c’era il suo sorriso, c’era il treno pieno, c’era la sua etichetta ben in vista e gli sguardi dai finestrini. Avrà pensato che non mancasse proprio nulla, che c’era tutto quel che serviva per fare il suo mestiere. Così si è fatto un poco più avanti, quasi tendendo la mano per aiutare a scaricare una valigia che certamente sarebbe comparsa in bilico davanti ad un paio di gambe. Ma non è sceso nessuno, soltanto un ragazzino per riprendere il cappello portato via da un calcio di vento. Non è sceso nessuno. Una donna sbucata all’improvviso dal sottopasso è salita in fretta tirandosi dietro due vecchie valige.
Le porte che si erano aperte poco dopo si sono chiuse. L’uomo ha spento lo sguardo come quando non si vuol consumare qualcosa che al momento non serve, come quando si spegne una luce uscendo da una stanza, o si chiude un rubinetto per non lasciar scorrere inutilmente l’acqua. Il treno è ripartito e pure il tassista, guardandosi i piedi, più muto di un pesce calato nelle profondità dei suoi abissi. Si allontanava senza imprecazioni, né squallidi sussurri, contorto in se stesso, stanco: la curva di carne che animava la bocca era comparsa sulla schiena, il peso che trasportava non si poteva vedere con gli occhi, ma era vivido, lampante. Il treno correva verso la prossima fermata e il tassista si ritirava con il suo sorriso riposto in un fazzoletto e ficcato in tasca, come un naso da pagliaccio da indossare appena se ne presenti l’occasione. Nel frattempo i passeggeri eccitati dimenticavano l’uomo e la minuscola stazione, si dirigevano poco lontano in una stazione più grande per ascoltare la musica che li aspettava. Un qualche festival eccitava l’aria nei vagoni ed erano diretti tutti lì. L’attesa era oramai conclusa. L’uomo con l’etichetta non avrebbe potuto fare nulla per loro. Trasportarli in cima ad una collina e lasciarli in una piazza vuota, scaricare le valige in un albergo ancora più vuoto. Chi avrebbe potuto ingannare? C’era la musica che attendeva tutti e l’uomo l’avrebbe capito che quella sua stazione non interessava a nessuno, che la musica ti fa dimenticare i boati, gli scricchiolii, i pensieri che vibrano nell’orecchio. Il treno correva veloce e poco dopo erano tutti in piedi, pronti a scendere e a vivere. Come era stato pronto quell’uomo.

L’occasione

Quel misero giardino era stato sistemato per l’occasione, si intuiva la frettolosa manutenzione: l’erba era stata tagliata malamente (con troppi ciuffi sopravvissuti), il prato ingiallito era attraversato da un tubo malandato che pareva un’immobile serpente imbalsamato. Due piante agonizzavano, le rovine di un aiuola stavano nascoste dietro un tavolo. Le sedie erano d’una plastica invecchiata e parevano giganti gomme da masticare impregnate di catrame. Attraverso il giardino si intuiva la miseria: c’era una piccola piscina gonfiabile priva d’acqua afflosciata come una medusa rifiutata dal mare e abbandonata sulla sabbia, una sedia a sdraio consumata dalla ruggine e dalle troppe schiene, c’era una bicicletta senza sella accasciata dietro un cespuglio rinsecchito . C’era una donna che contava i palloncini mentre li appendeva alla recinzione. Poi c’era l’uomo che stendeva una tovaglia cercando inutilmente di coprire tutta la lunghezza della tavola, e una bambina silenziosa che giocava in disparte. Una donna stava più in profondità nella visione, oltre i confini del giardino, appoggiata al muro della casa a schiera. Una donna con la faccia slavata che fumava con accanimento una sigaretta e guardava chi si adoperava per la festa. Questa donna gettava sul giardino uno sguardo cupo, emanava una rabbiosa amarezza con un sorriso cattivo. Io stavo camminando sulla strada e osservavo quel quadro malato con una curiosità inquieta. C’erano tutti gli elementi della festa: i palloncini, la tovaglia colorata, le bottiglie pronte in uno scatolone. C’era tutto fuorché l’eccitazione. Se ne stavano in silenzio in compagnia delle loro azioni, non c’era nessuno che lasciasse traspirare una molecola di gioia, nessuno che rimproverasse o scherzasse, nessuno che spaccasse quell’aria immobile con una qualche esclamazione. Assomigliavano tutti a quelle statuine che si muovono meccanicamente nei presepi. I fili di queste si intravedono sotto gli arti meccanici svelando la finzione. Fili d’altro genere nascosti dietro ai movimenti animavano quelle persone nel giardino, fili impercettibili di cui si intuiva l’esistenza. Quando il giardino era comparso all’improvviso avevo subito rallentato per osservare la scena. Poi si erano accorti della mia presenza e mi avevano restituito uno sguardo pieno di sdegno: la donna che fumava, l’uomo, la donna con i palloncini. Quest’ultima m’aveva fissato esibendo una posa ridicola: inginocchiata con le mani che stringevano un infantile palloncino. I miei piedi mi avevano tirato via e il muto incontro si era concluso in uno sciogliersi di sguardi in rovina. Non posso esserne certo, ma in seguito ho pensato che un fatto spiacevole fosse accaduto in quel giardino. Un’improvvisa notizia che sconvolge un giorno di festa, quando la festa è oramai sulla soglia di casa. O può darsi fosse solamente il lento permeare nella coscienza della miseria, proprio quando la festa sta per cominciare. La miseria che si cela nel quotidiano con i trucchi del mestiere, ma che è difficile spazzare via dalla faccia d’una celebrazione. Mi sono difeso da questi pensieri che avevano cominciato a tagliarmi la strada scacciandoli con il dubbio d’una allucinazione, con il dubbio d’ un’erronea valutazione dovuta ad una “perversa” forma mentis che mi perseguita: imbattersi e non lasciar andare, imbattersi e trattenere, stare all’erta.

 

Immagine: © C.Fenicio - "Garden"

 

Trotto

04 gennaio 2014 – 18.30

Un cavallo al trotto tirato da un uomo in bicicletta. Non l’ho mica visto, ho sentito gli zoccoli sul cemento. La scena l’ho osservata tante volte sulla strada. Li addestrano tirandoseli dietro con le bici, li incitano, li frenano, accelerano o si fermano, scompaiono. Ho ascoltato crescere il volume dell’andatura da dietro alcuni alberi, nel mio giardino, la strada era nascosta. Mi è parso di udire il ritmo della vita. Anche noi andiamo al trotto e veniamo tirati da una qualche forza. Trottiamo tirati per il collo, o per la manica, o per i piedi. Fatto sta che trottiamo da qualche parte, e anche senza meta andiamo, vaghiamo tirati da un qualcosa, un qualcuno. Mi sono chiesto: se io fossi quel cavallo, chi sarebbe l’uomo in bicicletta? Non ho trovato ancora la risposta. Non mi andava di tirare fuori dal cilindro i soliti conigli: “la scrittura”, “la bellezza”, “la verità”, “il lavoro”, “l’amicizia”, la “felicità”.Mi piacerebbe essere radicale, non prendere in giro nessuno. A costo di non sentirmi a posto vorrei dare una risposta sincera. Ci sto lavorando. Quel cavallo non capisce perché lo tirino in quel modo, che senso abbia, eppure riesce ad apprendere. Così come noi apprendiamo durante gli anni tanti trucchi, tante mosse, tanti stratagemmi per stare al mondo, per avere una spiegazione, senza capire, molto spesso, dove veniamo trascinati. Oggi è il quattro gennaio del duemilaquattordici. Un anno fa ho cominciato a scrivere questo diario in forma poetica, narrativa, fotografica intitolato “Quattro giorni in ritardo”. Oggi si conclude. Volevo tracciare un anno della mia vita per rileggerlo negli anni futuri e per condividerlo, per scuotere zolle, e cogliere ogni elemento significativo che m’offriva il suo gambo. Non so se ci sono riuscito. Sicuramente è un documento importante per me, servirà a capire che venti m’hanno sospinto e dove. Spero per voi che abbia rappresentato un sincero e originale punto di vista su una realtà comunemente masticata dalla inutile schiettezza e facilità del banale.Lo spero.

Abbaia cane, abbaia

Quattro giorni in ritardo

 

Diario di un anno in forma poetica, narrativa, fotografica

31 dicembre 10.03

I limoni erano stati appoggiati sulla tomba, vicino alla foto del morto. La donna mormorava qualcosa di puerile, patetico. Il morto era suo padre. G. non era d’accordo con me sul modo che aveva la donna di piangere il morto: troppo ostentato, e quella bizzarria dei limoni le pareva solamente d’immagine. La sua posizione era verosimile, ma non mi andava di ammetterlo. Dietro alla donna il fidanzato stava ad aspettarla fiero con un’aria cupa. Due grossi zigomi gli connotavano la faccia e forse tra le mani stringeva un giacchetto. Il mio cane quando comincia  ad abbaiare è impossibile farlo smettere, ti avvita nella testa il suo baccano. Sono sceso a piedi nudi, la porta era aperta e nel soggiorno c’era una vecchia e dietro suo marito. Ci ho impiegato a riconoscerli i lontani parenti che abitano vicino venuti a lasciare un cesto post-natalizio. Mi sono preso gli auguri e i baci e i saluti mentre affondavo sotto il loro peso in un pavimento congelato. E la donna? I limoni? Un sogno. A letto mi sono adagiato come in una palude per stare come a metà tra la veglia e l’oblio. Sono andato a pesca a modo mio. Così oltre la donna, i limoni, sono usciti personaggi e situazioni impossibili. Poi il dubbio. La poesia, la poesia a cui stavo pensando. Anche questa l’avevo sognata. Ed è stato sconvolgente, perché ricordavo alcuni versi e soprattuto il momento in cui l’avevo concepita nel sogno attingendo da ricordi reali. Ho tirato forte la lenza per pescarla ed è emersa grezza e meravigliosa come certe pietre che di per sé non valgono nulla. Ho cominciato a lavorarla.

 

Gioco

 

Ricordo che vi domandavo mille

volte se vi saresti sposati

e se avreste fatto sesso.

 

Avevamo solo tredici anni

e quel gioco

aveva un non so che di erotico.

 

Stuzzicandovi

vi rendevo fieri

del fatto di dover rispondere

a certe domande così mature.

 

A me pareva di avvicinarmi,

di partecipare

a certe dimensioni

che non capivo.

 

Dopo tanti anni

non state piú insieme

e dirvi che vi conoscete

è come tirare dadi.

 

Vi ho incontrato singolarmente.

Brutti e senza scintille.

Entrambi sembrate poter vedere

solamente cenere.

 

Ma non posso:

riunirvi mi sarebbe piaciuto

e farvi ancora domande.